Uno in Cristo, uniti nella missione

Sabato 17 ottobre alle ore 21,00 nella Chiesa parrocchiale Nostra Signora di Lourdes, in Torretta, ci raccogliamo come Chiesa diocesana convocata dal Signore, provenienti da esperienze, età e cammini diversi, ma uniti dall’unica chiamata del Vangelo: è la Veglia missionaria diocesana che ha come titolo: “Uno in Cristo, uniti nella missione”. 

La missione nasce dall’incontro con Cristo e si alimenta nella comunione fraterna. Non siamo inviati da soli: il Signore ci raduna come un solo corpo perché il mondo possa riconoscere il suo amore.

Lasciamoci guidare dallo Spirito Santo, perché accenda in noi il desiderio di essere missionari di speranza, di pace e di fraternità nella vita di ogni giorno.

Nella Veglia missionaria diocesana il Signore ci chiama ancora una volta a riscoprire la bellezza di essere Chiesa missionaria. Viviamo tempi segnati da guerre, divisioni, paure e solitudini, ma il Vangelo continua a generare comunione, speranza e fraternità. La missione non appartiene soltanto a chi parte per terre lontane: essa riguarda ogni battezzato, ogni comunità, ogni famiglia.

In questa Veglia aggiungeremo un nuovo capitolo alla storia missionaria della nostra Diocesi aprendoci alla nuova esperienza missionaria che come Diocesi di Asti, nel mese di novembre, inizieremo nella parrocchia dei Santi Innocenti, a Tassia nella periferia di Nairobi, capitale del Kenya. Nella Veglia di sabato 17 ottobre il Vescovo Marco consegnerà la croce missionaria a don Paolo Lungo, per lunghi anni parroco proprio in Torretta, e lo invierà in missione, mandato da tutta la Chiesa diocesana di Asti. Anche la scelta della parrocchia della Torretta per la preghiera è voluta per riconoscere i particolari doni di grazia che il Signore ha sparso su questa comunità, dalla quale sono partiti tanti missionari.

È trascorso poco più di un anno dal ritorno di don Italo Francalanci, che ha concluso il lungo periodo di servizio della Diocesi di Asti, impegnata fin dal 1969 con la Chiesa brasiliana, prima a Rio de Janeiro, poi a Nova Iguaçu, successivamente a Campo Grande ed infine a Juina.

Ora ritorneremo in terra africana, che già ci ha visti impegnati con tanti missionari e missionarie, ricordando don Antonio Gariglio e padre Secondo Cantino tra gli altri.

Potremmo essere tentati di pensare che inviare un prete in un’altra Chiesa sia oggi un “perdere un prete” proprio nel momento in cui ne abbiamo più bisogno e dunque non sia una cosa né opportuna né, tutto sommato, intelligente.

Dobbiamo però leggere questa nuova esperienza come persone “radicate in Cristo”, riconoscendo che questo “sacrificio” ci aiuterà a concretizzare l’impegno della nostra Chiesa astigiana a non chiudersi su sé stessa e a tenere vivo il mandato missionario che Gesù ha affidato ad ogni Chiesa.

Dunque, possiamo guardare a questa nuova esperienza di presenza missionaria come ad un qualcosa che, seppur avviene in un momento di grande necessità, non è un impoverimento, ma un gesto coerente con ciò che è la natura del nostro essere Chiesa e quindi anche un gesto di arricchimento.

E poi, lo abbiamo sperimentato tante volte, sappiamo che Dio nella sua bontà e premura, non fa mancare nulla a chi dona con gioia e generosità.